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Tradizione e prospettive della scrittura filmica in Italia

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Di Fabio Benincasa.

La scrittura italiana ha dovuto sempre fare i conti con la particolarità della nostra realtà nazionale. Una realtà complessa, un paese mal unificato, nel quale i dialetti si sovrappongono, si influenzano, le calate regionali si mescolano ai gerghi professionali, ai proverbi in latino, al burocratese delle amministrazioni. L’approccio letterario continua a dividersi fra un super-sperimentalismo gaddiano alla “Pasticciaccio”, in cui alto e basso, dialetti, gerghi e italiano letterario si mischiano, oppure una tendenza a distillare una lingua neutra, più facile e leggibile, ma meno espressiva e soprattutto meno evocativa della realtà dei parlanti.

Per lungo tempo quest’ultima è stata anche la scelta degli sceneggiatori cinematografici, una scelta parzialmente messa in discussione dal Neorealismo, ma in realtà mai veramente sovvertita neppure nei film comici, genere per cui di solito è lecito adottare una calata dialettale (romana, sicula, napoletana), ma bisogna comunque restare nei limiti del linguaggio standard, da Totò a Checco Zalone, passando per Franco e Ciccio o Lino Banfi.

Quando uno sceneggiatore vuole veramente rimanere fedele allo stile dei parlanti, nel caso del dialetto, dovrà ricorrere senz’altro ai sottotitoli che ovviamente possono rappresentare un ostacolo alla fruizione del film, oltre che richiedere una profonda conoscenza della realtà descritta. Quello che è valido al cinema non è automaticamente vero per la televisione. “Gomorra” per esempio esibisce dialoghi in un dialetto spesso così stretto da avere necessità di essere sottotitolato per chi vive fuori dalla Campania eppure la serie riesce comunque a raggiungere un grande pubblico, anzi la relativa incomprensibilità dei dialoghi diventa quasi un punto di forza narrativo.

La necessità di usare una lingua standardizzata è minore se il genere narrativo si dispiega con un linguaggio visivo già perfettamente comprensibile per gli spettatori, ma certo non è possibile ipotizzare un futuro con serie tv dialettali e completamente sottotitolate, anche perché, fuori da certi contesti sociali e regionali, il dialetto si stempera in calate regionali che mescolano liberamente italiano e vezzi linguistici tratti dal dialetto, come nel “tipico” romanesco dei Cesaroni che è un italiano accentato perfettamente comprensibile ovunque.

Il lavoro di scrittura sarà dunque sempre più improntato a recuperare quella raffinatezza tipica della commedia all’italiana degli anni Sessanta-Settanta che sapeva costruire interi universi linguistici restando fedele alle mutazioni del discorso sociale, ma all’occorrenza esagerandone i tic verbali in modo grottesco. In questo senso basti ricordare alcune memorabili interpretazioni di Alberto Sordi, che non a caso aveva dietro di sé la penna di Rodolfo Sonego, oltre che quella dei migliori sceneggiatori sulla piazza. Non è un caso che dietro la moneta da 2 Euro l’Italia abbia non il profilo di un monarca, ma quello di Dante, uno sperimentatore linguistico che ha creato quasi dal nulla la lingua che oggi usiamo per comunicare.

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